Il 2011 chiude: termina un anno veramente intenso e faticoso che ha visto acuirsi la sofferenza di centinaia di milioni di esseri umani.
La prolungata crisi economica e finanziaria che, con forme diverse (dalla bolla dei mutui statunitensi alla crisi dei debiti sovrani di diversi paesi europei), ha attanagliato le nostre societa', dal 2008 ad oggi, non sembra affatto essere superata e dimostra chiaramente che un modello di sviluppo basato sulla crescita materiale e quantitativa continua, sull'eccessivo valore attribuito al mercato ed alla sua totale liberta' da regole ed alla vera follia di aver stabilizzato mercati finanziari che si basano solo su elementi 'virtuali', come le monete, e' giunto ad un vero punto di svolta.
Non e' possibile andare avanti cosi. E' fondamentale voltare pagina, cambiare strada.
A questa pesantissima crisi economica si affianca un'ancor piu' pesante crisi ecologica. Nel 2011 abbiamo raggiunto i 7 miliardi di abitanti (come sappiamo, secondo le Nazioni Unite, nel 2050 saremo 9.3 miliardi), la nostra pressione sui sistemi naturali della Terra e' sempre crescente ed ha superato le capacita' rigenerative della natura, la nostra continua produzione di scarti solidi, liquidi e gassosi ha ormai profondamente intaccato le capacita' naturali di ricezione dei sistemi che ci sostengono.
Come ha scritto il noto economista ecologico Tim Jackson, nel suo bellissimo volume che ho citato piu' volte nelle pagine di questa rubrica 'Prosperita' senza crescita' (Edizioni Ambiente, 2011): ' Nella maggior parte dei casi evitiamo di guardare in faccia la dura realta' di questi dati. Assumiamo di default che - a parte la crisi finanziaria - la crescita continuera' all'infinito non solo per i paesi piu' poveri, dove e' innegabile che ci sia bisogno di una qualita' della vita migliore, ma anche nelle nazioni piu' ricche dove la grande abbondanza di ricchezza materiale ormai non ha che un impatto minimo sulla felicita' e, anzi,inizia a minacciare le basi del nostro benessere. E' abbastanza facile capire il perche' di questa cecita' collettiva [...] La stabilita' dell'economia moderna dipende a livello strutturale dalla crescita economica. Quando la crescita mostra segni di incertezza - come e' avvenuto in modo drastico nelle ultime fasi del 2008 - i politici si fanno prendere dal panico. Le imprese faticano a sopravvivere. La gente perde il lavoro e a volte la casa. La spirale della recessione incombe. Mettere in dubbio la crescita e' considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari. Ma dobbiamo metterla in dubbio. L'idea di un'economia che non cresce potra' essere un anatema per gli economisti. Ma l'idea di un'economia in costante crescita e' un anatema per gli ecologi. Nessun sottosistema di un sistema finito puo' crescere all'infinito: e' una legge fisica. Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come puo' un sistema economico in continua crescita inserirsi all'interno di un sistema ecologico finito'.
In poche parole, come ci ricordano tutti i grandi economisti ecologici a partire dallo scomparso Nicholas Georgescu-Roegen, per passare ad Herman Daly e giungere allo stesso Tim Jackson, non possiamo che mettere in dubbio la crescita.
Il mito della crescita ormai ha profondamente deluso le nostre societa'. Ha deluso il miliardo di persone che cercano ancora di vivere ogni giorno con meta' del prezzo di un caffe'. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilita' economica e certezza dei mezzi di sussistenza.
La scomoda realta' attuale e' che ci troviamo di fronte alla fine imminente dell'era del petrolio a buon prezzo, alla prospettiva di un costante aumento dei prezzi delle commodity, al continuo e progressivo deterioramento di aria, acqua e suolo, ai conflitti per l'uso delle risorse, dell'acqua, dei patrimoni forestali, del suolo e dei diritti di pesca, e all'importante sfida di stabilizzare il clima globale e di frenare i cambiamenti globali che abbiamo innescato in tutti i sistemi naturali, ormai da decenni. E ci troviamo di fronte a tutto questo con un'economia fondamentalmente incrinata, che ha un disperato bisogno di rinnovamento.
Come ci ricorda Jackson, in tale contesto la possibilita' di tornare a 'fare affari' come al solito (Business As Usual) e' preclusa, ed e' bene che tutti i politici e i decisori al mondo se ne rendano finalmente conto. La prosperita' dei pochi, basata sulla distruzione ecologica e sulla continua ingiustizia sociale, non puo' stare alla base di una societa' civilizzata. La ripresa economica e' fondamentale. Proteggere l'occupazione e creare altri posti di lavoro e' di assoluta importanza. E' fondamentale fornire un ruolo centrale al capitale naturale, agli asset degli ecosistemi che costituiscono la base essenziale del nostro benessere e delle nostre economie. Dobbiamo imparare a vivere nei limiti che la finitezza biofisica del nostro pianeta ci impone. Abbiamo anche urgente bisogno di un rinnovato senso di prosperita' condivisa. Un impegno piu' serio per la giustizia in un mondo finito.
Le politiche devono acquisire nuovamente la priorita'. Il ruolo dei governi deve nuovamente essere in grado di dettare regole ai mercati per il benessere comune e il rispetto dei beni comuni.
La crisi economica ci offre realmente un'opportunita' unica di investire nel cambiamento. Di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la societa' per decenni. Di sostituirla con una politica ragionata che sia in grado di affrontare l'enorme sfida di assicurare una prosperita' duratura alle nostre societa' e che si basi sulle migliori conoscenze scientifiche sin qui acquisite per impostare una sostenibilita' concreta del nostro modo di operare, di produrre, di consumare.
La prosperita' infatti va oltre i piaceri materiali e trascende le questioni pratiche. Risiede nella qualita' delle nostre vite, nella salute e nella felicita' nostra e delle nostre famiglie. E' presente nella forza delle nostre relazioni e nella fiducia che abbiamo nella comunita'. E' messa in luce dalla nostra soddisfazione sul lavoro e dal nostro sentire di avere un significato e uno scopo comune. Dipende da quanto possiamo partecipare a pieno alla vita della societa'.
Il 2012 costituira' un anno cruciale per dimostrare se l'umanita' e' in grado o meno di avviare un inversione di rotta. Nel 2012 avra' luogo anche la Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che si terra' nel giugno prossimo a Rio de Janeiro (vedasi www.uncsd2012.org), venti anni dopo il famoso Earth Summit, tenutosi sempre a Rio nel giugno del 1992.
Questa volta le nostre societa' si trovano in una profonda crisi che deriva proprio dagli errori di un modo di fare economia che abbiamo voluto impostare ed estendere praticamente a tutte le comunita' umane.
Sara' impossibile uscire da questa crisi se non riusciremo a mettere al centro il valore del capitale naturale che costituisce la base del nostro benessere e delle economie di tutte le societa' umane e se non impariamo, come l'intera scienza della sostenibilita' cerca di dimostrare, che dobbiamo imparare a vivere nei limiti ecologici del solo pianeta che abitiamo.
La Conferenza di Rio potrebbe costituire un vero punto di svolta per investire nel cambiamento.
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